Gli azzurri nel G10 del rugby un modello per il sistema Italia

di Luca De Luca Picione

È tornata la storia, scrivono gli intellettuali in America a proposito delle guerre che ci sfiorano sempre di più, e allora per capire i nuovi conflitti che la globalizzazione dei mercati non è riuscita a evitare proviamo a comprenderli dalla prospettiva dello sport. Comunità, nazioni e imperi si sono confrontati da sempre regolando lo scontro anche attraverso luoghi simbolici mediati da regole e rituali: giochi, parate, esposizioni universali e, a partire dalle Olimpiadi moderne, le grandi competizioni sportive. Imperativo vincere e stupire, per dimostrare al resto del mondo la propria grandezza attraverso quello che oggi viene definito anche soft power. Il medagliere come orgoglio nazionale e indicatore del successo di un sistema paese. 

Il rugby non sfugge a questo destino, espressione della leadership nel mondo anglosassone è tra le discipline più seguite nei quattro angoli della Terra eppure la federazione mondiale lo ha sempre gestito in maniera elitaria, con una governance che escludesse tutte le altre squadre dai tornei più importanti come il 5 Nazioni. Le più forti giocano solo con le più forti, e il ranking sembra cristallizzato con 8-9 équipe, sempre le stesse, che si dividono le prime posizioni e le poltrone nel board di comando. Solo nel 2000 l’Italia riesce a metterci il piede, i risultati faticano ad arrivare e anche agli ultimi mondiali dure sconfitte sotto la guida del neozelandese Crowley con un gioco sbilanciato tutto d’attacco ispirato agli All Blacks e un deludente quindicesimo posto nella classifica. 

Ma eccola la svolta, il presidente federale Innocenti affida gli azzurri a un nuovo tecnico argentino, Queisada, che ha giocato e allenato anche a Parigi, e finalmente nasce una nuova Italia. Più concreta e attenta all’equilibrio tra le fasi di gioco, in linea con la nostra tradizione, e dopo un pareggio contro la Francia tornano le vittorie con Scozia e Galles. Anche i grandi si inchinano, l’Italia entra di forza nel G10 del ranking mondiale e sulle prime pagine dei grandi quotidiani. Una sorpresa forse, ma non un caso, perché frutto di una programmazione che ha costruito negli ultimi dieci anni un sistema capillare per sviluppare con il progetto per l’alto livello nuovi giocatori nei campi di tante piccole città e in parallelo attrarre atleti da diverse parti del mondo, orgogliosi di indossare la nostra maglia. E in parallelo il rientro dei talenti di famiglie di origine italiana finite all’estero nel corso degli anni. 

Qualche nome, qualche volto, solo per capire chi sono gli artefici di questo modello che i competitors iniziano a invidiarci. Ed ecco Capuozzo, figlio di una coppia napoletana, cresciuto in un paesino delle Alpi francesi, faccia da scugnizzo e la rapidità di Mennea nel superare le difese avversarie. Sembra ancora più piccolo accanto a Negri, quasi due metri e i muscoli di chi è cresciuto mangiando bistecche di antilope in Sud Africa. Poi in Inghilterra a studiare e sfidare sul campo gli inventori del rugby e infine il richiamo delle radici e la nazionale. Oggi gioca a Treviso, con Louis Linagh che a Treviso è nato, mentre il padre Michel giocava con la Benetton dopo aver vinto un mondiale con l’Australia. Un filo con il continente più lontano che ha portato da noi anche Ioane, la potente ala sinistra testimonial, con i suoi tatuaggi aborigeni, di un gruppo multietnico unito più che mai.

C’è un patrimonio di intelligenza collettiva dietro i successi della nostra nazionale, coltivata negli ultimi anni a partire da una rete di Accademie federali diffuse capillarmente sul territorio per accogliere i ragazzi più promettenti formati dai club e prepararli progressivamente alle competizioni internazionali. Oggi sono cresciuti, e il capitano Lamaro con tanti compagni passati per le giovanili come i fratelli Garbisi e i giganti della mischia può affrontare ogni gara a testa alta. 

Solo pochi anni fa a ogni match la stampa inglese non era tenera con gli stereotipi, pronta a fare di un sol boccone l’Italia degli spaghetti vittima sacrificale del potere anglosassone. Ma i tempi sono cambiati, e con le vittorie è arrivato il rispetto. Un esempio, in un certo senso, per l’intero sistema Italia, chiamato a crescere per rispondere alle sfide tenendo insieme tradizione e innovazione, locale e globale, passato e futuro, aprendosi con coraggio a nuove soluzioni. E se i venti di guerra continuano a soffiare sempre più vicini all’Europa forse non dobbiamo dimenticare proprio l’esempio dello sport per tenere aperto il dialogo tra gli avversari. Come l’incontro tra Nixon e Zhou Enlai negli anni ’70 fu possibile anche grazie alla diplomazia del ping pong, narrazioni potenti come il rugby non ancora snaturate dall’avvento del professionismo possono spingerci a dare il meglio di noi.

Luca De Luca Picione

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