La misteriose formule del calcio che ogni anno cambia linguaggio

di Paolo Fallai

Non è successo all’improvviso, c’è voluto del tempo, ma alla fine è successo: il linguaggio sportivo – e quello del calcio in particolare – è impazzito. Intendiamoci, lo sport ha sempre favorito metafore fantasiose, iperboli illuminanti, stupidaggini suggestive. Basta chiedere a qualche nonno ancora lucido l’emozione dei “quasi gol” urlati alla radio da Nicolò Carosio. Non molto tempo dopo Gianni Brera ha rivoluzionato il linguaggio del calcio e, dalla sua fantasia uscirono i soprannomi dei principali campioni dello sport degli anni 60 e 70. «Abatino» (Rivera), «Rombo di tuono» (Gigi Riva) e «Bonimba» per Boninsegna «perché ha il culo basso e quando corre mi ricorda un nano da circo». 

Ma oggi non parliamo di fantasia, gioco, inventiva. Piuttosto della smania di inventare definizioni o ruoli per la malinconia che evidentemente ci affligge quando dovremmo solo essere chiari. Condivido le parole e l’afflizione di Giovanni Battista Olivero della Gazzetta dello Sport. «Diciamolo: questa si poteva proprio evitare. Il “sottopunta” è il giocatore piazzato alle spalle del centravanti. Può essere un trequartista o una seconda punta adattata. Sottopunta gioca il 10 di una volta o un 9 come Alvarez o Raspadori, ossia un attaccante che sa essere utile anche fuori area e che è bravo a dialogare con il centravanti».

Di libero o terzino nessuno parla più. L’ala, dopo Meroni e Hamrin, dev’essere sembrata una lesa maestà. Il dubbio su quale sia con precisione il ruolo di Khivicha Kvaratskhelia (centrocampista, attaccante, ala destra o sinistra) è superato solo dall’ancora più angosciante dilemma su come faccia a governare tutte le consonanti del suo nome. Poi all’improvviso, un giorno, senza un motivo, perfino le parole «esterni» e «laterali» sono sembrate obsolete. E sono nati i quinti: ossia i giocatori che si sfiancano su e giù sulle fasce nel 3-5-2. Però lo stesso lavoro lo fanno anche i colleghi che giocano nel 3-4-2-1, ad esempio. «E quelli – si sfoga Olivero – tecnicamente sarebbero “quarti”, mica quinti. Ma li chiamano ugualmente quinti. Era proprio necessario?».

I braccetti, di destra e di sinistra, sono i due difensori «non centrali» di un reparto a tre. Primo compito: marcare, ovviamente. Ma, in fase di non possesso, bisogna scivolare in base allo sviluppo del gioco avversario e dei movimenti dei compagni, accorciare, uscire. Ma perché dobbiamo chiamarlo «braccetto»? Perfino uno smaliziato conoscitore delle misteriose formule calcistiche come l’allenatore della Fiorentina, Palladino, ha perso la pazienza: «Non mi parlate di “braccetto”, per me è un termine che non esiste. Il braccetto è un’altra cosa». Poi però Palladino ha spiegato che lui parla di «terzi» e «quinti», si vede che anche a lui la parola «esterno» sembrerà démodé. E siamo da capo.

Rimanendo sempre alla difesa Giovanni Battista Olivero non riesce a darsi pace: «Chi difende a zona sui calci piazzati si affida al castello: due linee a presidiare l’area, una più vicina al portiere, l’altra intorno al dischetto del rigore. Attenzione alle distanze, agli avversari e ovviamente alla traiettoria del pallone. Non difendere il castello significa rischiare il gol».

Non possiamo essere ottimisti. Vista e considerata la sua grande popolarità, il calcio è destinato a creare continuamente modi di dire che poi entrano nell’uso comune. Pensate a quella «zona Cesarini», per definire un risultato che si ottiene all’ultimo minuto. Nessuno ricorda più che ha avuto origine negli anni Trenta grazie a Renato Cesarini, un calciatore oriundo argentino che giocò con la maglia della Juventus dal 1929 al 1935.

Il parere degli esperti

Claudio Giovanardi, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università Roma Tre e Accademico della Crusca ha rilasciato un’intervista su questo. «Il linguaggio dello sport, come tutti i linguaggi settoriali – premette – è destinato a cambiare nel tempo, anche se mantiene un nucleo centrale di termini che si mantengono costanti. Il fenomeno più vistoso del dopoguerra è che sono diventati popolari sport che prima non lo erano: penso al tennis, alla pallacanestro, al rugby e tanti altri. Si è voluto immaginare il calcio come una “scienza” fatta di tattiche e strategie, per la quale era necessario “reinventare” la terminologia rendendola più specifica. Basti pensare alle sequenze numeriche con cui si indica la disposizione dei calciatori in campo, come se fossero pedine di un plotone militare: 4-4-2, 4-3-3, 3-5-2 ecc. In linea generale la tendenza è quella di individuare i calciatori in base alla posizione che occupano in campo: esterno alto e basso, centrale difensivo, centrale di centrocampo, punta centrale ecc. Si è persa la poesia delle vecchie denominazioni: terzino, ala, regista, mediano, libero».

Ecco, è la poesia perduta che ci fa chiamare ripartenza quello che era il contropiede. O parlare di palle inattive, che nient’altro sono se non il calcio da fermo (su punizione o calcio d’angolo), o di seconde palle, che non sono altri palloni messi in campo, ma semplicemente palle intercettate durante il gioco. Un tempo si faceva catenaccio, oggi si sta in undici dietro la linea della palla. Per non parlare della partita che finisce senza che una squadra abbia subito reti. Dalla porta inviolata oggi siamo al «cleansheet», che letteralmente significa «foglio bianco».

Consoliamoci, l’involuzione del linguaggio calcistico nelle cronache sportive non è il peggio che possa capitare. C’è un aspetto che è ormai al limite della tollerabilità: le telecronache. Lungi dall’aiutarci a comprendere quello che succede, oggi i telecronisti parlano in continuazione e spesso di tutt’altro. Citano ogni sciocchezza sentita dire, si lanciano in spericolate previsioni, salvo confermare appena smentiti dai fatti che loro «l’avevano detto», e soprattutto non stanno zitti un momento.

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