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Un futuro immaginato sulle macerie di musica colta

di Giulia Calvaruso
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Musicum Drama

Pars destruens quale premessa al sovvenire di codesta favola musicale, estremo anelito di futuro immaginato sulle macerie della musica colta a Napoli ⸺ eletta qui nelle sue dinamiche causali ad esempio universale ⸺ urge una ricapitolazione almeno paradigmatica di quei fenomeni disgreganti le sue strutture sociali e produttive, secondo un preciso disegno politico che avrebbe poi condotto per l’eterogenesi dei fini all’ispirazione criminogena quasi compulsiva dei suoi recenti modelli narrativi. Da circa un trentennio la proverbiale anarchia dei napoletani, sapientemente tradotta nella narrazione comune in empatico tratto distintivo, è andata ulteriormente enfatizzandosi con l’alibi stavolta quasi legittimo della catastrofica destrutturazione del suo tessuto  industriale e aziendale, determinata in primis dallo smantellamento delle società del gruppo Iri Finmeccanica, poi dalla delocalizzazione sistematica dell’ex industria automobilistica italiana ⸺ oggi radicata in un altrove indistinto ⸺ con un sempre più ridotto impatto strategico sull’occupazione, nonostante i fiumi di miliardi statali confluiti in quella e in altre aziende a conduzione familiare sul territorio nazionale, le quali andrebbero acquisite a titolo di risarcimento dallo Stato italiano, causa la quasi totale assenza di ricadute in termini di sviluppo economico e sociale.

Altro che la visione di Adriano Olivetti, indimenticato imprenditore illuminato, così attento alle istanze sociali che andavano sviluppandosi attorno alla sua impresa che arrivò perfino ad ipotizzare una cittadella per i suoi dipendenti dello stabilimento di Pozzuoli. Con la medesima lungimiranza, qualche decennio più tardi, l’azione del Banco di Napoli (poi esploso in un dissesto sotto il peso di violente ingerenze politiche) garantiva le piccole e medie imprese del Sud, finanziando tutte quelle iniziative volte a migliorare in senso virtuoso l’humus identitario del territorio nella quale l’istituto si trovava prevalentemente a operare.

Ne fui testimone casuale per l’acquisto de Il Mattino (ma anche, conoscendone i titolari, per i salvataggi dell’intera area archeologica di Liternum, delle edizioni Guida,  dei vini D’Ambra di Ischia, per non parlare del fido di tredici miliardi alla squadra del Napoli per l’acquisto del più grande calciatore di tutti i tempi) e beneficiario diretto con l’Accademia Musicale Napoletana: per ognuna delle cinque edizioni del Concorso Pianistico Internazionale Alfredo Casella, sponsorizzate dal Banco di Napoli, l’allora direttore generale Ventriglia mi esortava vigorosamente a realizzarle con incrollabile determinazione, affinché non scambiassi per vago mecenatismo una forma di investimento indiretto sulla qualità dell’offerta culturale, sostenendo che una banca progredisce solo se la società le evolve intorno. Altra epoca, ma la sconvolgente soppressione del Banco di Napoli e della sua centralità strutturante, costituì il colpo di grazia per il futuro anche culturale della città di Napoli.

Tempesta perfetta volle poi la devastante concomitanza agli inizi degli anni ’90, della legge sulle amministrazioni locali con la nascita del fenomeno dei cacicchi proconsoli che tali istanze solevano ascriverle alla loro personale vicenda politica sovente scollegata dai partiti di riferimento (con più fallimenti che successi) finendo per minare le istanze di  progresso civile e democratico delle classi medio-basse ormai impoverite dall’immobilità dei salari e della mancanza di rigenerazione occupazionale, le quali, anche nelle more di ulteriori slittamenti progressivi della qualità dei riferimenti culturali e di un populismo galoppante, si erano intanto fatte plebe, accorciando ogni distanza con le periferie, lasciate a loro volta a marcire prima nella precarietà e poi nella criminalità, col primato speculare alle grandi tradizioni di aver contribuito a costituire le più grandi piazze di spaccio di droga d’Europa nel totale collasso industriale, produttivo, creditizio (financo fideistico, con un paio di cardinali indagati) di un’intera regione, chiudendo il cerchio dei destini che rispetto alle altre regioni italiane e agli Stati europei si biforcheranno irreversibilmente.

Condizioni ideali al tempo per sopprimere senza sostanziali opposizioni anche altre strutture sociali e culturali a cominciare proprio dall’Orchestra Scarlatti della Rai di Napoli della quale ero direttore artistico. Una strategia aziendale che prevedeva dapprima la sua fusione con quella di Roma, per poi cancellarle entrambe dopo due anni, insieme a quella di Milano e ai quattro Cori, sfoltendo orchestrali e coristi con incentivi al prepensionamento e mobilità interne ⸺ qualche strumentista finì a fare fotocopie negli uffici ⸺ e applicando con rigore una nuova legge che obbligava all’opzione coloro che avevano il doppio incarico di orchestrale e docente di Conservatorio.

I maestri superstiti sarebbero confluiti a Torino nella ribattezzata patriottica Orchestra Nazionale, la quale iniziò a trasmettere i suoi concerti la domenica mattina, in contemporanea a quelli della Filarmonica della Scala su Rete 4, fin quando si dette saggiamente ascolto alle proteste dei numerosi abbonati imbufaliti dalla delirante concomitanza, anticipandone la messa in onda al sabato, secondo la tradizionale collocazione nel palinsesto di Raitre. Uno stolto depauperamento della vita culturale italiana, al fine di una meschina concorrenza televisiva giocata tutta al Nord tra la sinistra torinese e la nascente destra lombarda, in un disegno tanto chirurgico quanto efferato, poiché mentre Roma e Milano avevano delle ottime alternative per il loro pubblico come l’Orchestra di Santa Cecilia e la Filarmonica della Scala, Napoli veniva deprivata dell’unica orchestra stabile dell’intero Meridione.

A questo punto raccolsi i migliori giovani talenti del territorio, ancora non emigrati in altre orchestre e, forte di quella straordinaria fioritura, i vertici del mondo delle professioni in una Fondazione che potesse accompagnare l’avvio burocratico della nuova formazione cui diedi il nome di Nuova Orchestra Scarlatti, mentre sollecitavo una straordinaria mobilitazione del pubblico attraverso la stampa, coinvolgendo le istituzioni locali e soprattutto il Ministero competente per ottenere il riconoscimento quale Istituzione Concertistico-Orchestrale, che poi in trent’anni di attività «a progetto» non è mai riuscita a ottenere, così che la Campania oggi è l’unica regione italiana a non detenere un’orchestra stabile.

Anche la data che scelsi per il suo debutto fu simbolica: il 21 marzo, primo giorno di primavera, dopo avere ottenuto per quel concerto inaugurale l’Auditorium della Rai, la ripresa radiofonica in diretta e quella televisiva in differita, sulle reti nazionali. Nella generale disintegrazione della musica colta, a Napoli c’è da mettere in conto anche la dolorosa dismissione dell’Auditorium Rai di Fuorigrotta dalla sua vocazione originaria di sede di eventi musicali colti, nonché casa dell’Orchestra Scarlatti, inaugurato da Arturo Benedetti Michelangeli insieme al maestro Caracciolo nel 1963 e intitolato a Domenico Scarlatti per l’Anno europeo della Musica nel 1985.

Centro di ogni genere di energia musicale, aveva ospitato anche la migliore produzione televisiva di musica leggera negli anni ’60 e ’70, il Festival «Nuova Musica e oltre…» e nell’ampio foyer alcune importanti mostre, buon ultima TerraeMotus, riallestita personalmente da Lucio Amelio. Un luogo magico per i giovani appassionati fino al 1992, poi definitivamente sconsacrato alla grande musica per realizzarvi programmi televisivi disperatamente comici ⸺ realizzabili peraltro in qualsiasi anonimo studio televisivo ⸺ laddove ancora vi insiste uno tra i più imponenti Organi laici d’Europa, con i suoi cinque manuali e le novemila canne.

Per non parlare del Teatro San Carlo, quando una gigantesca gru meccanica sventrò la leggendaria cassa armonica e con essa gli archetipi dei suoi miti musicali, risucchiati dalla sottostante caffetteria sorta al posto dei legni della marina borbonica, magicamente assemblati dal Nicolini dopo l’incendio del 1816, per quella che era considerata la sala più acusticamente dotata del pianeta. Da quell’anno 2007 si iniziò poi ad accogliere generi musicali commerciali e a elettrificare suoni al suo interno, così che l’aura tutelare dei Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e tantissimi altri meno noti che vi hanno composto musica, fosse definitivamente dispersa e sostituita da quella dell’ex bassista dei New Trolls e sodali per i 50 anni di carriera, poi dai Baglioni, Ligabue, Bennato ecc. fino ultimamente ai Foja (!), proprio come accade abitualmente alla Scala o al Covent Garden, a Vienna o a Berlino… con l’ignavo assenso dei vari direttori artistici via via succedutisi. Molto ambito dai wedding planner anche il foyer del «teatro più bello del mondo» per i banchetti nuziali che vi si consumano.

E così gli abitanti di Napoli che ancora sentono di appartenere alla città di Vico, Filangieri, Di Sangro, Croce, Caccioppoli, Palomba e poi di Scarpetta, Totò, De Filippo, Troisi, Scarlatti, Pergolesi, ma anche delle supreme canzoni classiche o dove hanno espresso il loro immenso talento architetti come Luigi Vanvitelli, pianisti come Sigismund Thalberg e buon ultimo Diego Armando Maradona, aggiornino la loro cittadinanza culturale, preparandosi ad accoglievi il bravo cantante rapper Geolier, appena consacrato dalle più alte sfere accademiche quale esempio di modernità e progresso. 

Musicum Fabula

Pars construens… nel microcosmo napoletano bisognerebbe molto concretamente procedere alla fondazione ex novo di una città parallela (Global City) che abbia la fisionomia di un enorme attrattore turistico e culturale, un centro propulsore di pensiero e di civiltà collegato direttamente all’Onu attraverso Agenzie culturali stanziali (World Future Culture Center) gestite direttamente dalle sue 194 Nazioni, volani di risorse inusitate, disponendo la nostra città della miracolosa Area di Bagnoli che costituisce l’unica possibilità di futuro per allinearsi a tale visione cosmopolita. Verrebbero utilizzate tutte le risorse lavorative delle quali la città di Napoli dispone a ogni livello e in ogni ambito per costruirla e per gestirla, azzerando d’un colpo la disoccupazione e spingendo con forza così il prossimo governo a investire nell’immediato qualche miliardo di euro…

Correva l’anno 2012 quando redigevo queste note di presentazione del Masterplan Bagnoli Presente, alla Città della Scienza di Napoli, un sofisticato progetto di futuro operativo per Napoli ⸺ concepito insieme a uno studio urbanistico internazionale ⸺ che innescò un dibattito tanto mediaticamente vivace quanto politicamente sterile, come da proverbiale inerzia del nostro ceto dirigente. Nel frattempo canalizzavo la mia creatività verso altri obiettivi, divertendomi a far illuminare dal Comune di Napoli in modo permanente il colonnato di piazza del Plebiscito con i colori della sinestesia di Scriabini quali fecero a sfondo all’epica installazione sonora della Sinfonia per 21 pianoforti sotto gli archi dell’emiciclo sinistro, nell’ottobre 2015, subito dopo aver terminato la storica integrale dei Péchés de Viellesse di Rossini in sette edizioni del Rossini Opera Festival, con conseguente volume musicologico edito da Guida, accingendomi poi a pubblicare il libro «PergoLennon o l’Arte della Sincronicità» (Zecchini) qualche mese prima del Covid, i cui devastanti effetti spazzarono via un foltissimo programma di presentazioni previste in tutta Italia. Incrollabile resilienza produsse in me una nuova idea di futuro musicale, sostenuta questa volta da Invitalia attraverso la misura Cultura Crea, che sta per partire in ambito scientifico divulgativo e che con gioia illustro in anteprima ai lettori di «Next». 

Il Mumus, Museo Virtuale e Progressivo della Musica, realizzato dall’Accademia Musicale Napoletana (fondata da Alfredo Casella nel 1933) dà modo al visitatore di compiere un viaggio sull’evoluzione dell’universo musicale mediante gli strumenti della realtà virtuale, favorendo l’approccio alla musica colta da parte di pubblici diversi, in particolare quello più giovane, che va a coprire l’intera fascia scolare. Tale fisionomia e soprattutto mission, è alla base del progetto al cui titolo l’Accademia ha inteso aggiungere l’aggettivo progressivo, proprio per sottolinearne il carattere di perenne work in progress, con un ampliamento continuo dell’offerta tecnologico-culturale, il più possibile al passo di altri musei dello stesso genere, sebbene orientati in prevalenza verso le arti visive.

Un nuovo museo virtuale

L’idea iniziale, invero già molto articolata, era quella di creare un museo musicale virtuale con soluzioni di notevole suggestione, approfittando dell’immissione sul mercato degli Oculus Quest 2 che consentono di trasferire al fruitore la magica suggestione della realtà virtuale, attraverso un’esperienza in 3D intitolata «Musicum Fabula». Essa consiste in una narrazione virtuale della storia della musica occidentale nell’arco di due millenni, il cui racconto risale agli albori attraverso un viaggio quasi onirico che origina da una piccola barca virtuale e il suo approdo verso le coste del Mediterraneo, alla scoperta degli strumenti e delle civiltà più remote fino ad arrivare alla ricerca di nuove frontiere espressive, percorrendo luoghi, epoche, stili, culture, musicisti e tutto quanto attiene alla Storia universale della Musica.

La durata è di 13 minuti (limite estremo di sopportabilità fisiologica) rispetto alla media di 9-10 minuti delle altre esposizioni. L’exhibit del Mumus, si sviluppa inizialmente con l’utilizzo dei visori, contenenti la realtà virtuale, a cui aggiungere altri er il cosiddetto Pass-Through, esperienza mista che integra mondo reale e virtuale. Attraverso questa tecnologia 3D ogni visitatore può addentrarsi nel mondo virtuale e avventurarsi a suonare virtualmente alcuni strumenti (tastiere, batteria e percussioni) con delle suggestioni davvero inedite sul piano percettivo e una piccola rivoluzione nell’approccio sensitivo alla musica. Sarà anche divertente osservare come le persone agiteranno nell’aria i «controller» con le braccia, mentre sono invece intenti a «comporre» virtualmente sugli strumenti che gli appaiono vivissimi e sgargianti nell’Oculus.

Ovviamente questa è solo la fase iniziale della visita che prevede anche una dimensione «fisica» di notevole impatto divulgativo, attraverso l’esposizione reale di tutti gli strumenti dell’orchestra sinfonica, con l’aggiunta di altri a vocazione solistica come pianoforte, clavicembalo, mandolino, chitarra classica o ritmici come batteria e percussioni. Per quanto riguarda gli strumenti a fiato, sia i legni (flauto, ottavino, oboe, clarinetto e fagotto) che gli ottoni (tromba, corno, trombone, sassofono tenore) sono calati dall’alto per dare la suggestione di una «pioggia sonora».

Per alcuni di questi strumenti, infatti, è allo studio un complesso sistema di traduzione per emetterne i relativi suoni in tempo reale direttamente dalle rispettive casse acustiche, canne o campane di risonanza, attraverso una tastiera midi, gestibile dal pavimento. Tutti gli strumenti sono inoltre supportati da QR Code decodificabili ⸺ apposti in prossimità di ognuno di essi ⸺ così che accostando un qualunque smartphone o tablet al quadrato stampato, le decodifiche programmate di tutti gli strumenti dell’Orchestra e quelli del jazz ⸺ con testi di altissimo valore musicologico integrati da un’accuratissima scelta di brani di repertorio relativi selezionati ai più alti livelli ⸺ rivelano i suoni, la storia, le immagini, l’evoluzione organologica, il repertorio, i grandi interpreti, prevedendo anche delle esibizioni estemporanee dal vivo da parte di giovani o affermati solisti, in una sorta di concerti monografici. Tenuto conto della fascia di visitatori, in prevalenza studentesca, tale aspetto di approfondimento organologico con esempi «live», costituisce per molti il primo fondamentale approccio emozionale con la realtà degli strumenti musicali, sporadicamente vissuta solo durante i concerti dal vivo. 

Ad arricchire ulteriormente l’aspetto visivo ed emozionale dell’esperienza, un potente videoproiettore centrale rimanda le immagini di filmati musicali, sia a carattere spettacolare che divulgativo, con dirette di lezioni di storia della musica, su di uno schermo motorizzato 4×3. Altri due videoproiettori laterali consentiranno di completare una sorta di strategia immersiva e avvolgente, attraverso significative installazioni di «video  mapping», con proiezioni di partiture e altri simboli musicali su una parete inclinata, sulla quale sono installati gli Archetipi della Musica Classica, cento ritratti dei musicisti fondamentali della storia della musica occidentale, cui faranno da contraltare altrettanti Archetipi della Musica Jazz, nello spazio dove si collocano la batteria ed il contrabbasso che insieme ad un pianoforte mezza coda Steinway&Sons dell’Accademia, costituiscono una sorta di Angolo di improvvisazione jazz, con gli ottoni agganciati alle strutture superiori come abbiamo appena visto.

Inoltre, al centro della sala insiste un Totem multimediale, con base terrena, che attraverso il touchscreen interattivo, fornisce a richiesta dell’utente tutti i contenuti realizzati dall’Accademia nella sua storia, ampiamente descritta nel sito web con  circa 180 video del canale Youtube e soprattutto uno sterminato catalogo discografico virtuale, entro cui si possono scegliere brani e interpreti della storia passata e recente, come ad esempio le integrali pianistiche di Rachmaninov, Mozart, Debussy, Ravel, ma anche opere, oratori e recital vari.

L’Accademia Musicale Napoletana è inoltre dotata di altre attrezzature audio e video relative alle riprese televisive e alle dirette streaming, già presenti sul sito, come nel caso della presentazione del cd relativo all’integrale per due pianoforti e a quattro mani di Ravel, interpretata dal duo Canino-Ballista dello scorso novembre.

Oltre all’aspetto più strettamente museale, è allo studio un’intensa  attività concertistica anche grazie allo straordinario pianoforte gran coda Steinway&Sons, il medesimo modello adottato dal 98% dei teatri, degli auditorium e delle sale da concerto di tutto il mondo, prediletto dai più grandi pianisti e da tutte la case discografiche dalle origini stesse delle registrazioni su disco, agganciandosi peraltro all’originale Mostra sulla Scuola Pianistica Napoletana, finora itinerante presso importanti rassegne (Piano City, Fiera di Cremona, Comune di Napoli ecc.) con l’albero genealogico dagli inizi dell’800 fino ai nuovissimi talenti e venti ritratti dei protagonisti di questa celebre eccellenza internazionale della cultura partenopea, della quale l’Accademia, anche grazie al Concorso Pianistico Internazionale Alfredo Casella costituito nel 1952, risulta oramai depositaria.

Massimo Fargnoli è presidente dell’Accademia Musicale Napoletana, 

già direttore artistico delle Orchestre 

della Rai di Napoli e di Roma e del Todi Arte Festival

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