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Il potere del principe di Mosca e le origini dell’autocrazia

di Giulia Calvaruso
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di Sergio Bertolizzi

 

Lo spazio è il termine geografico che più distingue la storia russa nella sua evoluzione: il principato di Mosca, così si chiamò dopo la prima formazione nella Rus’ di Kiev e lo spostamento a Nord-Est in seguito all’invasione tatara del 1240, raddoppiò la propria estensione nel giro del secolo XVI, da 2 milioni di chilometri quadrati a 5.400.000, espandendosi a Est e a Sud in terre sconosciute e scarsamente abitate. Iniziò così, senza uno specifico disegno di conquista di nuovi territori, la formazione di un nuovo Stato, che ebbe la sua spinta decisiva proprio nello spazio che sembrava estendersi a Est, senza fine. La conquista russa, tuttavia, andò via via organizzandosi in forme specifiche, originali, che ne definirono il carattere e la funzione nel mondo: un piccolo centro politico a Ovest e un immenso corpo a Est, quasi un impero coloniale all’interno del proprio territorio.

In uno dei primi testi di geografia, pubblicato in Russia nel 1795, è indicata la posizione che all’epoca si riteneva occupasse il Paese nel mondo: « Che cos’è la Russia? Un vasto impero, collocato tra Europa e Asia. E com’è suddivisa la Russia? In due parti principali: europea e asiatica». L’idea, ripresa da Tatiscev (1686-1750) il primo storico dell’età petrina, era espressione della raggiunta identità politica di «regioni differenti, estese sia in Europa che in Asia», ma ora, con Pietro, unificate e unitariamente rappresentate. Rimase separata l’identificazione geografica del Paese da quella della sua organizzazione politica, e in particolare dal suo orientamento in politica estera. Caterina II scrisse chiaramente nella sua Istruzione (Nakaz) del 1767 che «La Russie est une puissance européenne», con ciò ponendosi in stretta continuità con il suo grande predecessore, ma anche, involontariamente,  nella riaffermazione di quella distinzione. 

Fino al XVIII secolo, infatti, i confini dell’Europa si ritenevano estesi sino al fiume Ob’ o addirittura allo Enisej, come sosteneva Lomonosov sulla base delle osservazioni del naturalista tedesco Johann Gimelin, intendendo l’immenso impero russo un’entità a parte non separata dalla linea degli Urali. Solo alla fine del secolo la catena montuosa venne ad assumere un carattere distintivo e a definire anche un orientamento politico di riferimento. 

Nell’Atlas rossiskoj pubblicato nel 1745 dall’appena costituita Accademia delle Scienze, la Russia appariva finalmente in una mappa accurata geograficamente come un impero suddiviso in due parti simmetriche ma non uguali. Il confine, infatti, inteso come giurisdizione di un Paese rispetto a un altro, fu pienamente affermato a partire da Pietro il Grande, che lo considerò tuttavia un elemento mobile, non chiuso né tantomeno definito rispetto alle possibili espansioni e conquiste territoriali, ma esso soprattutto fu considerato separato concettualmente dal territorio, che è uno dei caratteri costitutivi dello Stato. In sostanza, nella formazione dello Stato russo, a partire da Ivan IV, fu il potere politico a determinare la definizione del territorio e poi, con Pietro, dei suoi confini, non già il contrario, come accadde nella parte occidentale dell’Europa, dove le realtà territoriali locali resistettero all’unificazione dello Stato nazionale e ne determinarono con ciò il carattere. 

L’origine etnica dello Stato russo, costituitosi in una prima fase come «riunificazione delle tribù di origine slava, mescolate con popoli indigeni, che diede vita alla nazione grande-russa», e poi come «processo di unificazione statale delle diverse parti di questi territori etnici», diede un’impronta d’avvio specifica, che influirà in modo decisivo sul rapporto tra territorio, popolazione e potere politico in quel Paese. In larga misura, il processo di identificazione nazionale si venne costituendo attraverso influenze dall’esterno (lingua e religione) e formazione di principati territoriali indipendenti, più o meno gerarchizzati tra loro, lasciando per il momento separati i termini della costruzione di uno Stato unitario. Alla vigilia dell’anno Mille, nel 968 in realtà, il principe Svjatoslav, dopo aver conquistato la città bulgara di Perceslavec (la romana Marcianopoli), dichiarò alla madre e ai boiari: «Non voglio rimanere a Kiev, preferirei vivere a Perceslavec sul Danubio, visto che è il centro del mio regno, dove si concentrano tutte le ricchezze: oro, seta, vino, frutti di ogni specie provenienti dalla Grecia, argento e cavalli dall’Ungheria e dalla Boemia, e dalla Rus’ pellicce, cera, miele, schiavi». Le affermazioni del principe di Kiev non sono certo sufficienti a qualificare lo stato di evoluzione e i caratteri effettivi della Rus’ di Kiev, ma sono certamente indicative della mancanza di un effettivo spirito patrio nella dinastia dominante, che era per il momento concentrata a risolvere il problema della successione al trono e a ridurlo con la trasmissione di  città e di proprietà terriere (volosty) al primogenito. La sostanziale tripartizione della Rus’ di Kiev in una zona a Nord con capitale Novgorod, una o Ovest e a Sud-Ovest, che ben presto cadde sotto il controllo della Polonia e della Lituania, e una terza a Nord-Est, nell’area compresa tra il Volga e l’Oka, bene esprime il carattere di quella prima formazione statuale, che fu largamente ritenuta alla base della successiva unificazione della Russia sotto il principato di Mosca. 

Principati territoriali potrebbero essere definiti, come in Germania nel periodo, con la differenza che là il potere regio «si era volatilizzato nell’impero» – come scrive Werner Naf – e qui, a Kiev, le differenze e autonomie locali prevalevano sui rapporti unitari. L’esempio di Novgorod, la parte più prospera della Rus’, indica che la ricchezza non era nelle mani dei principi ma in quelle dei potenti mercanti, e che l’espansione del territorio del principato non fu assunta dai principi, bensì dai mercanti e dai contadini. Il compito dei principi a Novgorod fu quello di amministrare la giustizia e di comandare le forze armate della città-stato. Diversa la situazione a Kiev, dove le frequenti incursioni di peceneghi e di cumani rendevano labile il confine entro il quale la vita era sicura e il potere saldo. La città di Kiev aveva già perso gran parte del suo potere già prima della conquista mongola del 1241, come prova il rifiuto del principe Andrej Bogoljubskij di Suzdal’, il quale, dopo aver conquistato Kiev nel 1169, preferì lasciare la città a un fratello minore e rimanere nei suoi possedimenti, situati nel cuore della foresta. 

Nel corso del XIII e XIV secolo, gran parte dei territori del principato di Kiev, precisamente il bacino del Dnepr e dei suoi affluenti caddero sotto il controllo dei lituani, che occuparono tutta la parte occidentale e sud occidentale della Rus’, imponendo il trasferimento dell’asse politico futuro a Nord-Est, verso Mosca. 

Questi cenni dell’evoluzione storica di Kiev indicano le condizioni nelle quali si sviluppò quel principato e che porteranno poi all’affermazione del principato di Mosca e alla formazione di uno Stato centralizzato, concluso nel corso del regno di Ivan IV. Innanzitutto, l’elemento della diversificazione territoriale nella Rus’ di Kiev significò una specifica eredità per il futuro sovrano unificatore, essendo i singoli territori patrimonium indiviso e trasmesso unicamente al primogenito, il che comportò il problema congiunto di acquisire i territori attraverso l’espropriazione dei rispettivi proprietari. Mosca prevalse sugli altri principati, non solo per la sua posizione strategica, non solo per l’appoggio della Chiesa che vi trasferì la sua sede metropolitana, ma soprattutto per la capacità dei suoi principi di acquisire terre. La difficoltà di stabilire in maniera inequivoca chi fra i numerosi principi della casa Rjurik sarebbe divenuto l’unico detentore dell’autorità regia (edinoderzec), non essendovi norme consuetudinarie in merito, si accompagnò alla lotta per l’affermazione sul territorio di un’autorità unica e assoluta (samoderzec), e alla eliminazione contemporanea delle autonomie locali. In più, la presenza dell’Orda d’Oro costrinse i suoi principi a esigere tasse e a svolgere funzioni amministrative su tutti i territori russi, che rimasero dunque organizzati in un duplice modo, politicamente tributari dei mongoli ed economicamente di essi e dei principi territoriali. Questa doppia imposizione determinò la condizione della popolazione, ma soprattutto fece sì che il potere del principe fosse strettamente legato alla consistenza del suo patrimonio: quando Vasilij I salì al trono nel 1389 possedeva una quota, ereditata dal patrimonio paterno, pari al 34,2% dei tributi da versare ai mongoli, mentre il suo pronipote Vasilij III, divenuto gran principe nel 1505, raggiunse il 71,7% dei tributi, che inoltre non venivano più pagati. 

Il sistema di successione reale

L’introduzione del sistema di successione reale basato sulla primogenitura consentì ai principi di Mosca di non dividere il patrimonio, come avveniva in parti uguali tra i figli negli altri principati, acquisendo un immenso vantaggio sugli altri, alla fine definendo il termine votcina, possesso allodiale, come il dominium del diritto romano, un potere definito «possesso assoluto con l’esclusione di ogni altra forma di appropriazione e che implica il diritto d’uso, di abuso e di distruzione» – com’è scritto nei testi di diritto medioevale, ma che nel principato di Mosca si tradusse nella dichiarazione: «Appartengono a noi non solo quelle città o volosty che sono già nostro patrimonio – dissero gli ambasciatori di Ivan III ai Lituani – ma anche la terra di Rus’, Kiev e Smolensk e le altre città che (il gran principe di Lituania) controlla in terra lituana». Il dvor del principe di Mosca ebbe – almeno fino alla metà del XVI secolo – il duplice compito di amministrare i possedimenti del principe e il resto del territorio, e inoltre il controllo generale dell’intero sistema di amministrazione locale fu esercitato esclusivamente dai funzionari della casa del principe che concentravano nelle loro mani quasi tutte le funzioni dell’amministrazione statale allora esistenti. Si realizzò quel sistema di potere politico che fu caratterizzato in larga misura dal sistema di controllo amministrativo. 

La definizione di stato patrimoniale attribuita al periodo formativo del principato di Mosca, pur fondata, va forse meglio considerata come elemento che come struttura decisiva di quel processo, dato che altri fattori entrarono in gioco in maniera determinante. La divisione del territorio effettuata da Ivan IV a partire dal 1565 e che va sotto il nome di opricnina, non fu solo una ridistribuzione di esso tra vecchi e nuovi proprietari, ma piuttosto un’affermazione della concezione del potere politico dello zar, che non poteva non riferirsi direttamente al territorio amministrato e alla popolazione che lo abitava. 

«Lo zar poteva sostituire i possedimenti ereditari dei nobili – affermava Giles Fletcher, ambasciatore inglese a Mosca nel 1588 – in quei territori dove essi avevano effettivamente un potere e un’influenza, con altri il cui governo, secondo quello che essi chiamano diritto pomestnoy, dipende dall’arbitrio dello zar, e che si trovano a grande distanza e in altre province del regno». Nel concreto, proprio nel momento della costituzione di un forte potere centrale nella mani di un unico sovrano indipendente fu realizzata la divisione del territorio, la ricomposizione della proprietà terriera dei nobili, e aperti nuovi confini all’espansione dello Stato.

In una prima fase (1565-1566), furono acquisite all’opricnina le terre a Nord verso il Mar Bianco, lungo la linea Dvina-Mar Bianco, Kargopol-Chormogory, dove non vi erano né votcinypomest’ja, terre che furono destinate alla coltivazione e attribuite ai nobili creati da Ivan. Al Centro e a Sud, molte città e territori furono inglobati nell’opricnina al fine di sostenerne le spese. Più che di una divisione netta, si trattò alla fine di una ristrutturazione del territorio nel suo complesso, che fu anche esteso a Nord-Nord-Est, andando a definire uno Stato dai confini aperti e da un territorio interno suddiviso tra proprietà diretta dello zar e proprietà attribuita ai nobili. 

Dal 1533, anno di ascesa al trono di Ivan IV (solo nel 1547 sarà incoronato zar) alla fine del secolo XVI, il principato di Mosca raddoppiò il proprio territorio, passando da 2.800.000 chilometri quadrati a 5.400.000. Il dato quantitativo va a comporre, con la distribuzione della proprietà delle terre nel frattempo intervenuta, la risultante dello Stato russo così costituito. Nel corso delle massicce espropriazioni effettuate fra il 1477 e il 1572 scomparvero anche i possessi privati delle città, mentre i centri mercantili che esistevano all’interno delle votciny private e appartenevano ai boiari furono confiscati a favore della corona. 

I cenni sin qui fatti alle modalità di formazione dello Stato russo, consentono di affermare la centralità del problema del territorio, inserito nel più ampio contesto dell’idea di confine nella storia russa, ma soprattutto il carattere specifico che esso venne ad assumere in quello sviluppo. 

Il confine ancora alla metà del XVI secolo, all’epoca di Ivan IV, era sottoposto alla variabile dell’occupazione straniera di parte delle terre della Rus’ originaria, ma ancor più esso rifletteva la mancanza di un limite determinato nel corso dei secoli: non vi era il limes romano, frontiera e difesa di una realtà politica effettiva alle spalle, ma piuttosto esso poteva configurarsi come un insieme di principati territoriali con un centro mobile (prima Kiev, poi Mosca). La riduzione del peso dell’occupazione mongola segnò in questo senso fortemente l’andamento della formazione della Moscovia e poi dello Stato, che rimase comunque caratterizzato da un confine aperto, in espansione soprattutto verso Est. 

Il territorio, invece, in quanto elemento costitutivo dello Stato, come ho accennato, non ebbe mai un’effettiva parte autonoma nell’affermazione di un centro politico rispetto ai principati territoriali precedenti, essendo esso ridotto a proprietà fondiaria da espropriare o da condizionare definitivamente. Con l’opricnina non si realizza solo il confronto tra boiari e il principe di Mosca per il potere unico e centrale, ma questo conflitto omologo a quello di altre parti e tempi dell’Europa occidentale porta con sé l’eliminazione di ogni e qualsiasi autonomia locale: con l’espropriazione delle terre si determina non solo una ridistribuzione di esse tra vecchia e nuova nobiltà, o all’interno della stessa famiglia a volte, ma si cancella la fonte del potere locale che sarà ri-dato solo dallo zar, alle condizioni che egli vorrà dettare.

Nel momento dell’identificazione di patria, della considerazione dei confini come limiti del potere statale russo, quel percorso di formazione dello Stato, da Ivan IV a Pietro, fu inteso da Karamzin, il primo storico nazionale russo: «Dei tre tipi di governo possibili – democrazia, aristocrazia, monarchia – è difficile dire qual è il migliore; invece bisogna innanzitutto considerare le condizioni di ciascuna società, la sua geografia, la natura del territorio, e la condizione della popolazione, per decidere quale governo sia il più appropriato». La realtà storica dello sviluppo della Russia provvide a realizzare, nel corso dei secoli, una variante che fu chiamata autocrazia.

 

Per approfondire:

  • Mark Bassin, Russia between Europe and Asia: The Ideological Construction of Geographical Space, in Slavic Review, 1991
  • Wolfagang Reinhard, Storia del potere politico in Europa, trad.it., Bologna, 2001
  • Hagen Schulze, Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa, Bari, 1994
  • Giles Fletcher, On the Russe Commonwealth (1591), Cornell UP, 1966

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