Home » L’Italia nell’Unione europea: Tre scene e un finale aperto

L’Italia nell’Unione europea: Tre scene e un finale aperto

di Giulia Calvaruso
0 commenti

di Marco Demarco

Raffaele Fitto è stato uno dei ministri più influenti del governo Meloni, non solo per la quantità di deleghe che gli sono state conferite, dalla Programmazione economica al Pnrr, dalla Coesione ai Rapporti con l’Unione, ma anche, se non soprattutto, per il piglio «centralistico» e manageriale con cui le ha gestite. La sua nomina a commissario europeo, con l’aggiunta di una vicepresidenza esecutiva altamente qualificante, non chiude la discussione sul ruolo dell’Italia nell’Unione, ma certo ne modifica radicalmente i termini, perché la scena ora oggetto di valutazione non è più quella determinatasi tra le elezioni europee di giugno e la seconda presidenza von der Leyen. Questa scena è già cambiata due volte in una sola stagione e tra emergenze belliche, ambientali, economiche e sociali, rimane in una fase di evoluzione continua e problematica, senza alcuna certezza su se, quando, e come si assesterà. È cambiata sia rispetto al voto di giugno che, premiando il partito di Giorgia Meloni, ha assegnato all’Italia un ruolo di indiscutibile rilievo, sia rispetto alle alleanze e alle decisioni che dal voto sono scaturite e che quella centralità hanno ridimensionato e offuscato. «Così Meloni condanna l’Italia all’isolamento», hanno a lungo martellato le opposizioni. Con la nomina di Fitto si è passati a una terza scena. Vediamole ora tutt’e tre in rapida successione.

La prima scena elettorale

 Al voto europeo, Georgia Meloni arriva «sull’onda di una notevole visibilità personale e politica guadagnata con l’attivismo dispiegato a tutto campo sulla scena internazionale». Questo glielo riconosce anche un osservatore critico come Gianfranco Pasquino. Ma inizialmente generoso, Pasquino smette di esserlo quando analizza l’esito delle urne. Dubita, infatti, che si possa parlare di successo elettorale di Giorgia Meloni. I numeri non tornano, dice, perché la maggioranza di centrodestra «ha sostanzialmente tenuto» e gli alleati della premier «non hanno affatto sfondato». Vero. Tuttavia è difficile negare che Giorgia Meloni abbia ricevuto ulteriori legittimazioni dal voto, sia sul piano personale, sia su quelli nazionale ed europeo. La sua presenza in tutte le circoscrizioni ne ha fatto di gran lunga la candidata più votata, con oltre 2,5 milioni di preferenze individuali, «un valore ha commentato l’istituto Ipsos che supera i quasi 2,4 milioni ottenuti da Matteo Salvini nel 2019 e che, considerata la molto minore affluenza alle urne, può considerarsi in linea con il record storico di Silvio Berlusconi degli oltre 3 milioni del 1999».

Inoltre, Meloni è risultata l’unico leader europeo il cui partito ha accresciuto i consensi, vedi i casi opposti di Macron in Francia e Scholz in Germania. E per quanto riguarda il fronte interno, bisogna intendersi quando si dice che «i conti non tornano». Perché, se non tornano per il centrodestra, non tornano neanche per il centrosinistra che al buon risultato del Pd e dell’alleanza rosso-verde non può non sottrarre il crollo del M5S, stimato in circa due milioni di voti persi. Può essere utile, allora, aprire una parentesi sul voto nel Mezzogiorno, che rivela qualcosa di significativo sfuggito all’attenzione dei più. Il centrosinistra ha letto il dato elettorale del Sud come la conferma di una incipiente crisi del fronte avversario, punito dall’elettorato per aver assunto la prospettiva dell’Autonomia differenziata delle Regioni, ribattezzata non a caso «secessione dei ricchi». Ipotesi rafforzata dall’alto numero di firme raccolte per il referendum contro la legge Calderoli. Ma non tutto, in questa valutazione, è lineare. Che al Sud il Pd abbia scalato il podio è un dato certo e rilevante.

Non è più terzo dopo i Cinquestelle e la Lega come nelle europee di cinque anni fa. E non è più terzo dopo i Cinquestelle e Fratelli d’Italia come alle politiche del 2022. Il Pd è balzato al primo posto, tra l’altro stravincendo in città come Bari e Napoli. Ma il punto controverso è un altro. Riguarda i rapporti di forza tra le coalizioni. Nel Mezzogiorno, i tre partiti del centrosinistra erano primi già due anni fa, alle politiche. La novità sta dunque nel fatto che alle ultime europee il centrosinistra, nel suo complesso, è andato indietro, non avanti: ha raggiunto il 46,7%, ma aveva il 48,1% (dati «Corriere» dell’11 giugno). Ha perso l’1,4%, pari a 519.293 elettori. Il centrodestra, invece, che pure ha perso 970mila preferenze, è arrivato al 41,3%, crescendo di 3,5 punti. Di conseguenza, al Sud la distanza tra i due poli è calata da 10,3 punti a 5,4 a vantaggio del centrosinistra. E per una strana coincidenza si è dimezzata esattamente come quella nazionale tra Pd e Fratelli d’Italia. Per cui, se Elly Schlein, come segretaria del Pd, ha potuto dire «stiamo arrivando» in virtù del recupero sul partito di Giorgia Meloni, anche quest’ultima, come leader del centrodestra, potrebbe a buon diritto dire la stessa cosa con riferimento al Sud. Ma chiusa la parentesi meridionale, torniamo alla vicenda europea e a cosa è successo dopo il voto. 

La seconda scena

Forte dei tre risultati già richiamati (personale, nazionale e internazionale) e forte anche di un consolidato rapporto diretto con Ursula von der Leyen, Meloni prova a forzare la mano e a definire un nuovo ruolo per sé e per il suo schieramento «conservatore e riformista». Lascia ipotizzare perfino la formazione di una maggioranza diversa da quella uscente. Ma altro è stato il risultato finale. La maggioranza popolare, socialista, liberale e verde si è ricomposta, seppure sotto la pressione crescente della destra radicale. E Meloni si è ritrovata in uno spazio del tutto diverso da quello sperato: dal centro ai margini della scena europea. Il tutto per effetto di una fatale concatenazione di mosse che Enrico Cisnetto ha così efficacemente sintetizzato: «Si è rifiutata di partecipare ai tavoli di negoziazione, ha votato contro la nomina dello spagnolo Costa al vertice del Consiglio europeo, si è astenuta sulla indicazione della candidatura di von der Leyen, si è rifiutata di votare la mozione di condanna della posizione filo-Putin assunte da Orbàn nella sua veste di presidente di turno della Ue, e si è persino astenuta sulla parte del testo della risoluzione del Parlamento europeo a sostegno dell’Ucraina in cui si “sostiene fermamente l’eliminazione delle restrizioni all’uso dei sistemi di armi occidentali forniti all’Ucraina contro obiettivi militari sul territorio russo”. Per poi concludere in bellezza con il voto di Strasburgo contrario alla nomina della Von der Leyen». 

La terza scena

La terza scena è quella che porta alla nomina di Fitto. È a questo punto che la strategia di Giorgia Meloni cambia nuovamente. E da «ideologica» diventa «diplomatica», con tutti gli accenti spostati non più sulle potenzialità dello spirito conservatore e di una nuova destra riformatrice, quanto piuttosto sulla funzione strategica di un Paese come l’Italia, troppo determinante, per storia e parametri politico-economici, per non essere considerato nella giusta misura. Dalla «destrità» il discorso passa alla «italianità». «L’Europa deve riconoscere all’Italia ciò che le spetta per il ruolo che ha, non per come vota» dice la premier. Ben sapendo, tra l’altro, di rivolgersi a un’Europa che ha bisogno dì stabilità e che non può fare di tutta la destra di opposizione un fascio. Non a caso viene proposta, e subito accolta con tutti gli onori, la candidatura di Fitto, ovvero di un ex democristiano, di un moderato apprezzato per equilibrio, esperienza e operatività. Inizia così una narrazione tutt’altro che frontista, costruita intorno ai temi del «parlar chiaro», della rispettosa distinzione dei ruoli nelle istituzioni (una cosa è il Parlamento, un’altra la Commissione) e della correttezza politica nel rapporto con la maggioranza come condizione imprescindibile per la difesa degli interessi comuni.

Lo schema proposto ricalca quello adottato nell’opposizione al governo Draghi: esplicito, ma costruttivo. Uno schema in cui nulla è irrimediabilmente compromesso e tutto rimane sempre possibile. Il che non è affatto poco, considerando le numerose e complesse sfide che attendono l’Europa: dall’esito delle elezioni americane ai venti di guerra sempre più impetuosi, fino alla difesa strenua delle libertà democratiche, costantemente minacciate, e alle transizioni epocali che richiedono un intervento urgente. Su questa stessa linea, nel suo discorso di insediamento, Ursula von der Leyen ha preso una posizione chiara contro l’estremismo politico, quasi seguendo l’esempio di Emmanuel Macron in Francia, ma con una differenza cruciale: non ha mai paventato concessioni all’estremismo di sinistra per contrastare quello di destra. Proprio questa differenza ha consentito un riavvicinamento tra von der Leyen e Meloni. Un osservatore esperto come Sabino Cassese, acutamente, ha parlato addirittura di una tattica condivisa. Anzi, di un vero e proprio gioco delle parti. «Ursula von der Leyen ha fatto notare non sarebbe stata votata dai socialisti e dunque non sarebbe stata riconfermata alla guida della Commissione, se avesse avuto il sostegno esplicito di Meloni. Ma una volta rieletta…». Appunto. Una volta rieletta, ecco che tutto è diventato possibile, anche la vicepresidenza esecutiva a Fitto. Da qui un inedito equilibrio che potrebbe favorire la costruzione di una nuova e più adeguata fase europea. Potrebbe essere la quarta scena che ancora manca. Quella che ancora manca. Quella di un’Europa utile al mondo, perché capace di essere prima di tutto utile a sé stessa. Le idee sulle cose da fare non mancano, a partire da quelle indicate da Enrico Letta e da Mario Draghi nei loro rapporti per il Consiglio europeo. Ma per ora sono solo idee. E questo è il punto.

Potrebbe piacerti anche

Lascia un Commento

NEXT

La rivista quadrimestrale fondata dal sociologo De Masi è diventata la voce dell’Ecosistema del Lavoro e della Formazione, per diffondere pratiche organizzative, approfondire temi di interesse sociale, economico, culturale e costruire il futuro dell’innovazione con i metodi e i paradigmi di S3.Studium.

Ultimi articoli

Newsletter

Rimani aggiornato sulle notizie e le opportunità dell’Ecosistema del Lavoro e della Formazione.
Iscriviti alla Newsletter mensile.
I campi sono tutti obbligatori.

    Are you sure want to unlock this post?
    Unlock left : 0
    Are you sure want to cancel subscription?
    Rivista online su innovazione, tecnologia e formazione
    -
    00:00
    00:00
    Update Required Flash plugin
    -
    00:00
    00:00