di Giulia Calvaruso
Tutti sembrano saperlo, il turismo è una delle industrie più in crescita del nostro secolo. Ma l’aumento esponenziale dei flussi turistici, alimentato dalla globalizzazione e dalla crescente accessibilità ai viaggi, rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato ha portato e continua a portare benefici economici a regioni del mondo un tempo marginalizzate, dall’altro compromette interi ecosistemi e promuove una superficialità culturale senza precedenti, dove la bellezza dei luoghi viene sacrificata sull’altare della visibilità a tutti i costi. Il cosiddetto overtourism, con il conseguente sovraffollamento, è una realtà a prima vista inevitabile in molte delle destinazioni più popolari del mondo, soprattutto in determinati periodi (la beneamata «alta stagione») come l’estate e tutte le feste comandate.
Effettivamente siamo tutti spinti da un profondo desiderio di viaggiare, di scoprire nuovi luoghi e di immergerci in culture diverse, arricchendo così la nostra visione del mondo. Per realizzare questo desiderio dobbiamo spesso sfruttare quel poco tempo che ci viene concesso quasi come un dono prezioso dalle organizzazioni di cui facciamo parte. Il viaggio diventa così una conquista, e la nostra impazienza ha delle conseguenze. La prima fra tutte è che raramente ci fermiamo a riflettere sul prezzo che pagano i luoghi che visitiamo per il nostro breve momento di evasione durante i periodi più frequentati.
Le città più amate dai turisti stanno soffrendo, vedono i propri abitanti soppiantati dai visitatori e la loro identità ridotta a un semplice sfondo per fotografie. Questo fenomeno ha portato a una crisi esistenziale per molte comunità, costrette a scegliere tra il mantenimento delle proprie tradizioni e l’adattamento a un turismo di massa che le trasforma in caricature di se stesse.
Come possiamo dunque diventare viaggiatori più responsabili? Cosa può aiutarci a recuperare la capacità di apprezzare senza distruggere, a prenderci il tempo che ci spetta per conoscere e vivere con autenticità i luoghi che visitiamo?
Viaggiare dovrebbe essere un’occasione per uscire dalla nostra zona di comfort e crescere attraverso l’esperienza di realtà diverse. La figura del turista moderno purtroppo si distacca da questa visione ideale. Il viaggiatore dedica tempo a prepararsi, a comprendere lo spirito del luogo e a integrarsi nella cultura locale, al contrario il turista tende a essere frettoloso, poco informato e alla ricerca di esperienze preconfezionate perché non può permettersi di dedicare del tempo. Questo comportamento riflette molto bene la «società della stanchezza» descritta dal filosofo Byung-Chul Han, in cui l’ansia da prestazione permea anche i momenti che dovrebbero essere dedicati al riposo e alla scoperta senza lasciare spazio alla contemplazione e a quella noia che fa del bene alla salute fisica, mentale, emozionale.
Non sorprende, quindi, che negli ultimi anni si siano moltiplicate le manifestazioni di protesta contro il turismo di massa. Mai come nell’estate 2024 abbiamo assistito a episodi di rabbia nei confronti dei turisti, come le proteste che hanno infiammato Barcellona in cui i turisti sono diventati bersagli di pistole ad acqua, l’isola di Sylt in cui gruppi punk hanno optato per un’occupazione rumorosa degli spazi o Palma de Mallorca invasa da cortei.
A Barcellona, una città di 1,6 milioni di abitanti, si contano annualmente 30 milioni di turisti, con conseguenze disastrose per il mercato immobiliare e la qualità della vita dei residenti. Le case sono sottratte ai cittadini per essere affittate a prezzi esorbitanti ai turisti, creando una crisi abitativa senza precedenti; l’inquinamento della città diventa incontrollabile; i prezzi «turistici» dei servizi creano barriere per i residenti stessi.
Le «rivolte», alimentate da sentimenti di frustrazione, rappresentano un segnale che inaugura la strada verso il cambiamento del settore turistico perché simboleggiano la necessità di porre dei limiti alla presunta ingovernabilità del turismo delle piattaforme digitali globali. Il bersaglio reale non è però il singolo turista ma le esperienze preconfezionate che si trova ad abbracciare per la sua mancanza di tempo. Esperienze che devono diventare oggetto di regolamentazione. Imporre restrizioni sul dove poter mangiare, far pagare un biglietto all’entrata di una città o vietare di sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti non sono tentativi giusti. Queste soluzioni diventano ostacoli che impattano sui cittadini senza creare soluzioni definitive e che aumentano l’artificiosità dell’esperienza turistica. È necessario un approccio più coraggioso, che metta al centro la gestione dell’attività privata e la protezione delle comunità locali.
Sebbene il cambiamento debba partire in prima linea dalle istituzioni e dall’industria del turismo, la responsabilità individuale è altrettanto cruciale per limitare i danni causati dall’overtourism. Essere turisti migliori significa innanzitutto essere consapevoli e agire riducendo la distanza tra ciò che siamo nel quotidiano e ciò che siamo quando viaggiamo. Essere viaggiatori implica anche la conoscenza più profonda dei luoghi e delle abitudini e farla diventare chiave del rispetto dell’ambiente che stiamo per «invadere».
Il Center for Responsible Travel (Crest), una delle principali organizzazioni internazionali che si occupano di turismo responsabile, ha pubblicato una lista di comportamenti che ogni viaggiatore può adottare a seconda del tipo di viaggio che ha in mente. Alcuni di questi, utili per ridurre l’impatto del turismo di massa, sono per esempio viaggiare fuori stagione, scegliere mezzi di trasporto con minori emissioni, scegliere alloggi che sostengono l’economia locale e anche selezionare mete meno mainstream e alla moda del momento.
Innanzitutto il turismo dell’alta stagione rappresenta un problema sistemico, strettamente legato al fatto che non tutte le persone possono permettersi di andare in vacanza quando lo desiderano. Le rigide scadenze imposte dal mondo del lavoro e le esigenze familiari derivanti dal mondo della scuola limitano le possibilità di scegliere liberamente il periodo delle proprie vacanze. È ora di mettere in discussione queste modalità, cercando di adattare i tempi del lavoro alle necessità delle persone e, al contempo, a quelle dell’ecosistema di cui facciamo parte. Viaggiare fuori stagione, infatti, ha diversi vantaggi sia per il visitatore sia per il luogo visitato.
Per recuperare la nostra capacità di apprezzare i luoghi e dare vita a uno scambio di valore in cui possiamo portare anche «del nostro», il periodo delle foglie gialle, la bassa stagione, sarà sicuramente il momento migliore per viaggiare. Mete prettamente estive o invernali riusciranno a manifestarsi nella loro identità più genuina, offrendo situazioni autentiche e semplici da vivere (evitando lunghe file o trovando maggiore disponibilità di alloggi ad esempio). Avere più persone durante la bassa stagione e meno durante quella alta non solo aiuta a evitare il sovraffollamento ma ha anche un impatto economico positivo sulle persone che lavorano nel settore turistico, garantendo loro un reddito più stabile durante tutto l’anno.
Allo stesso tempo, visitare luoghi meno conosciuti o dove il turismo non è ancora particolarmente sviluppato può essere un incentivo per proteggere questi territori e avviare uno sviluppo economico sostenibile, capace di mantenere l’identità del luogo.
Scegliere il periodo delle foglie gialle, cioè viaggiare lontani dai flussi di massa, fa vivere serenamente il proprio viaggio, contribuisce alla preservazione dell’ambiente e sostiene un modello di turismo più equo e sostenibile, che distribuisce i benefici economici in modo più omogeneo nel corso dell’anno. E quindi si torna a parlare ancora una volta, perché non stanca mai, del butterfly effect: ogni piccola azione, seppur sembri insignificante, contribuisce a degli effetti più grandi. Se un semplice viaggio può avere degli impatti negativi importanti, causando squilibri all’interno di habitat naturali e urbani già fragili, anche un piccolo cambiamento di comportamento può avere grandi effetti. L’importante è ricordare che viaggiare non è solo un privilegio, ma anche una responsabilità. Scegliere di essere viaggiatori significa proteggere il mondo che amiamo esplorare, assicurando che le generazioni future possano godere della stessa bellezza che ci ha incantato.