di Luigi Ferraiuolo
La scintilla si è accesa nell’oscurità: la morte di un figlio di 17 anni. E in quel baratro senza fondo, un babbo, una mamma e una sorella hanno trovato l’energia più straordinaria di tutto l’universo: l’amore. Sì, proprio quello che «move il sole e le altre stelle», come racconta il fiorentino Alighieri. Anche Stefano Guarnieri, la moglie Stefania e la figlia Valentina sono fiorentini e dopo la perdita di Lorenzo, ucciso il 2 giugno del 2010 a Firenze da un uomo ubriaco e drogato che non ha conosciuto neppure un minuto di carcere e non ha mai chiesto perdono alla famiglia, sono riusciti a introiettare quell’energia capace di non farli abbattere ma diventare fabbri del bene. È così che il Premio Buone Notizie li ha conosciuti e lavora per farli essere testimoni di speranza. Hanno creato un’associazione che ha fatto il giro del mondo, hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione nelle scuole e nelle università sulla piaga degli incidenti stradali. E soprattutto sono riusciti a cambiare la mentalità con la quale i killer della strada erano giudicati poco più che persone incoscienti e distratte.
La prima legge
Grazie alla famiglia Guarnieri, il Parlamento ha approvato la prima legge sull’omicidio stradale. Ma non è stato facile: quella normativa riuscì passare solo grazie alla fiducia in Senato posta dal Governo Renzi. Adesso uccidere una persona con un’auto, una moto, uno scooter non è più una fatalità, è un delitto gravissimo. Sono passati quattordici anni dalla morte di Lorenzo Guarnieri ma molto è cambiato: «Abbiamo conosciuto persone meravigliose – racconta il padre Stefano, ingegnere e consulente finanziario – che noi adesso chiamiamo i regali di Lorenzo. Ma c’è ancora molto da fare, cambiare la mentalità della gente è un processo lungo e graduale. Deve ancora mutare il modo di pensare delle forze di polizia, degli avvocati, degli assicuratori, persino dei magistrati». Sì, anche i magistrati. «Dopo l’incidente stradale siamo soli con noi stessi, travolti dalla disperazione – spiega ancora Guarnieri – come se l’omicidio stradale fosse un reato minore e dunque non meritevole di avere quell’ascolto riservato ad altri fatti di sangue».
L’Associazione Lorenzo Guarnieri è servita per combattere gli omicidi stradali? In Italia ce ne sono ancora troppi, ma a Firenze, dove Lorenzo è nato, la mortalità sulle strade è calata del 70% e oggi il capoluogo toscano ha il primato della città dove si muore meno sulle strade.
Rulli Frulli
«Il diritto al lavoro è una priorità fondamentale dell’essere umano. Nella Stazione Rulli Frulli cerchiamo di trovare in ogni ragazza e in ogni ragazzo la chiave di «svolta». Federico Alberghini è il fondatore e direttore della Banda Rulli Frulli che si occupa di inclusione delle persone diversamente abili a Finale Emilia. La Banda nel 2009 aveva iniziato a suonare strumenti realizzati con materiale di recupero e nel 2010 è diventata associazione. Al progetto si erano aggregati ragazzi con disabilità, accomunati dalla passione musicale e dalla voglia di stare insieme. Poi è arrivata la nuova sede: la «Stazione di autobus» di Finale Emilia messa a disposizione dal Comune e ristrutturata dopo le devastazioni del terremoto del 2012. «Stiamo portando avanti – spiega Alberghini – un’idea di lavoro adatta alle persone diversamente abili ma che tutti noi dovremmo avere nel quotidiano». Un esempio? «Uno dei nostri fiori all’occhiello è Astronave Lab in cui trasformiamo vecchi rottami di barche di legno in oggetti nuovi. Loro sono capaci di farlo immaginando storie, usando la fantasia».
E lo stesso accade ai fornelli con la nascita del Truck Food di Rulli Frulli: «In queste settimane l’entusiasmo è a mille. Riceviamo richieste di servizio catering da tutta l’Italia. E lavora anche il ristorante alla stazione di Finale Emilia». Bello constatare che per andare a mangiare bisogna prenotare. Il futuro è ancora tutto da scrivere. «Vogliamo esportare i progetti avviati all’interno della stazione – spiega Alberghini – e farli diventare un modello di inclusione a disposizione di tutti: con la band, con la falegnameria e la nostra radio ci stiamo riuscendo e ora inizieremo con la cucina». E grazie a tutto questo lavoro hanno anche vinto il Premio Buone Notizie.
Don Panizza e Progetto Sud
Prima ancora che un prete si definisce un «rivoluzionario». «Anche Gesù Cristo lo è stato», sostiene don Giacomo Panizza da Pontoglio (Brescia), 75 anni, da 45 in Calabria. Un passato in fabbrica da metalmeccanico, figlio di operai, a 23 anni decide di entrare in seminario. La sua vocazione non è stata, però, solo un atto di fede, ma l’esigenza di combattere le ingiustizie e salvaguardare i poveri. Don Giacomo è un teologo della moralità. Ed è l’esempio di quanto sia importante la fede per affrontare un mondo dove la «resistenza» al meglio è un fattore di rischio attuale.
Il prete operaio ha conosciuto la laicità nelle sue sfaccettature più estreme, che gli ha consentito di assicurarsi l’autostima necessaria per convincersi a varcare le porte del seminario. «Ancora oggi, però, non ho capito cosa fa un prete», spiega il fondatore di «Progetto Sud», nato nel 1976 per dare risposte e sostegno alle persone disagiate. «Non ho la tonaca, non l’ho mai messa, né la camicia clergy e una sola volta ho usato il collarino in occasione di una foto per l’8 per mille. Quando papa Ratzinger venne in Calabria, il vescovo dovette prestarmi il crocefisso», confessa don Giacomo. La «chiamata divina» ha tolto il sonno per diverse notti al prete operaio, militante di sinistra. Una sera d’agosto, dopo un concerto di Fausto Leali, confessò alla sua fidanzata la scelta di chiudersi in seminario. «Inventatene un’altra», rispose lei, pensando fosse una scusa per lasciarla.
L’arrivo a Lamezia dell’intraprendente don Giacomo spaventò la comunità ignara di avere davanti un don Abbondio all’incontrario, capace di seminare speranza e una nuova cultura della legalità. Fu la condizione di un gruppo di disabili a spingerlo in Calabria. «Mi trovavo nella comunità di Capodarco, nelle Marche. Incontrai quelle persone in carrozzina che si lamentavano di com’erano trattati in Calabria. Presi il primo treno per il Sud».
La comunità ha sede a Lamezia Terme e negli anni ha ampliato la sua azione in attività di recupero di minori, tossicodipendenti, immigrati, malati di aids. Un occhio di riguardo don Panizza lo strizza anche ai poveri, che in Calabria sono il 34,9% della popolazione: circa 348mila persone vivono in due stanze e il bagno esterno. Con la sua comunità ogni giorno è impegnato in attività di recupero. Come l’impegno di togliere le prostitute dalle strade. Per evitare che possano restare vittime di violenza le ha dotate di un telefono cellulare da utilizzare in caso di necessità. Chi ha deciso di denunciare i propri aguzzini ha trovato protezione nella comunità.
Progetto Sud monitora poi il lavoro dei migranti nei campi. Un ufficio legale si occupa dei loro contratti. Tanti gli extracomunitari che hanno trovato occupazione, anche inventandosi un’attività. Un nuovo fronte è riservato ai bambini autistici. Un programma terapeutico insegna a genitori e maestri a vivere con i ragazzi disabili. E poi le case antiviolenza, gli Sprar e i Centri per il recupero dei malati di mente. Tutto questo è Progetto Sud.
Percorsi di recupero che hanno necessità, comunque, di assistenti sociali. «In Calabria – spiega – ne mancano almeno 300, su 404 Comuni calabresi». All’inizio l’attivismo di don Giacomo trovò resistenze culturali tra la gente, la chiusura della Chiesa piena di «pregiudizi» e, soprattutto, la ‘ndrangheta. «Mi sentivo un estraneo, non capivo neanche quello che mi dicevano quando camminavo per le strade. La cosa che più mi ha amareggiato, in quelle prime settimane, è stata, però, la visita di persone che mi chiedevano il pizzo».
Don Panizza, da subito, è stato un bersaglio da colpire. Proprio come Terence Hill – con cui ha una vaga somiglianza – il prete della speranza non ha esitato a instaurare subito un rapporto di collaborazione con le forze dell’ordine. Don Giacomo da combattente puro si è trovato a sfidare il clan Torcasio. Nel 2002 ha voluto e ottenuto che il suo centro riabilitativo fosse sistemato in uno stabile confiscato alla cosca. Lo occupò senza tentennamenti, cercando di stimolare la comunità lametina con iniziative antimafia senza precedenti. I vigili urbani di Lamezia, all’epoca, se ne sono guardati bene dal sistemare i loro uffici in quella struttura. Un «no grazie» dissero anche molti enti pubblici. Le maestranze interpellate per alcuni lavori si rifiutarono d’intervenire; addirittura nessun fabbro fu disponibile a cambiare la serratura d’ingresso. Quella decisione fu per don Panizza l’inizio dei guai.
Alla vigilia di Natale del 2002 al fondatore di Progetto Sud arrivò la prima intimidazione. Una bomba rudimentale venne fatta esplodere davanti all’ingresso del Centro per minori. E poi, ancora, colpi di pistola e atti vandalici. Ancora oggi don Panizza è sotto scorta. Qualcosa però è cambiato. «Vedo la gente crescere sotto l’aspetto della libertà – dice –. Forse ci sono più poveri di ieri, ma ritengo ci sia più speranza per il futuro». Oggi a Lamezia ci sono 60 imprenditori che hanno denunciato i loro estorsori e si sono costituti parte civile ai processi. Don Panizza è convinto che in Calabria c’è speranza.