di Publio Quintino Varo
L’innovazione nella formazione non è una scoperta moderna; le sue radici affondano nell’antichità, in particolare nell’epoca dell’antica Grecia e Roma, dove maestranze e ingegneri venivano formati con rigore per realizzare progetti di costruzioni monumentali. Allora come oggi, la qualità della formazione era essenziale per il successo di queste grandi opere, ma soprattutto per realizzare quel benessere personale e diffuso che ha contribuito allo sviluppo dell’umanità.
Osservando l’alta frequenza di interventi formativi fallimentari, soprattutto in alcune aree territoriali caratterizzate da una scarsa presenza di capitale sociale, viene da chiedersi se abbiamo davvero imparato dalle lezioni del passato.
Il rigore di Greci e Romani
Gli antichi Greci e Romani non si limitavano a costruire edifici, strade e acquedotti, ma erano anche pionieri nell’innovazione educativa. In Grecia, il genio di Archimede e le scuole filosofiche di Atene, come l’Accademia di Platone e il Liceo di Aristotele, forgiarono menti brillanti e diedero vita a un sistema di istruzione che enfatizzava la logica, la retorica e la matematica. Oltre a queste discipline, la formazione intellettuale promossa in queste scuole includeva una profonda riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura, ponendo le basi per un concetto di sostenibilità che, sebbene non espresso nei termini odierni, era centrale nel pensiero filosofico greco.
Platone, nell’Accademia, insegnava che la giustizia e l’armonia nella polis (la città-stato) dipendevano da un equilibrio tra le esigenze umane e le risorse naturali, incoraggiando una gestione responsabile della terra e delle risorse per il bene comune. Allo stesso modo, Aristotele, nel suo Liceo, sottolineava l’importanza di vivere in accordo con la natura e sviluppava un’idea di «misura» e «giusto mezzo» che potrebbe essere considerata una forma primordiale di sostenibilità. Per Aristotele la virtù risiedeva nella capacità di trovare un equilibrio, non solo nell’individuo, ma anche nel rapporto tra la società e l’ambiente.
Questa formazione intellettuale non era solo teorica, ma aveva applicazioni pratiche fondamentali, soprattutto nell’ingegneria civile, dove la durabilità e l’uso oculato delle risorse erano essenziali. Gli insegnamenti dell’Accademia e del Liceo, quindi, riflettevano una concezione del mondo in cui l’educazione non solo preparava gli individui a vivere in società, ma li istruiva a farlo in modo che le risorse naturali potessero sostenere le generazioni future.
Un paradosso emblematico del successo dell’antica formazione rispetto a quella moderna lo troviamo a Siracusa, dove un acquedotto costruito dai Greci oltre 2.400 anni fa continua a funzionare meglio della rete idrica moderna risalente agli anni ’60. Questa infrastruttura antica, con le sue tecniche di costruzione sapientemente tramandate, è ancora in grado di trasportare acqua, mentre la rete moderna soffre di perdite che superano il 60%. Questo esempio dimostra come una formazione di qualità possa produrre risultati duraturi se basata su conoscenze solide e su una pratica rigorosa, ma anche su una visione di sviluppo sostenibile capace di generare maggiore benessere. Le opere antiche erano progettate e realizzate da maestranze che, attraverso una formazione accurata e continua, erano in grado di creare infrastrutture che resistono al tempo. Al contrario, la scarsa manutenzione e la mancanza di formazione adeguata degli operatori moderni portano al degrado rapido delle opere recenti. Questo dovrebbe farci riflettere sul concetto di innovazione della formazione che non riguarda solo l’applicazione di strumenti tecnologicamente avanzati e metodi alla moda ma anche, se non soprattutto, sull’attivazione di quella leva motivazionale che viene sollecitata dalla speranza di un maggiore benessere futuro.
Paradisi infranti
Per trasformare positivamente un territorio, è fondamentale instaurare processi di apprendimento territoriale adeguati, che consentono alle comunità locali di acquisire quindi una profonda consapevolezza delle proprie risorse e delle opportunità. Ad esempio, il Cilento, un’area storica del Sud Italia, illustra chiaramente come una marginalità geografica possa tentare di diventare un centro di sviluppo, sfruttando il turismo come motore di cambiamento. Tuttavia, questa trasformazione non avviene automaticamente: richiede un lento e paziente lavoro di costruzione di una coscienza collettiva del luogo, radicata nel capitale sociale e relazionale delle comunità. Il turismo, infatti, è un flusso che, oltre a trasformare i territori, può avere effetti tanto positivi quanto negativi. Non basta contare su una crescita numerica di arrivi e presenze, che può anche non tradursi in uno sviluppo sostenibile e duraturo. Serve una gestione consapevole e partecipata dei flussi, che valorizza il capitale ambientale e culturale locale. L’Italia, con le sue aree a diversa intensità turistica, è un esempio paradigmatico. Molti territori, pur essendo ai margini rispetto ai centri più famosi come ad esempio Riccione, l’Argentario, l’Isola d’Elba, la Costiera Amalfitana, hanno iniziato a sfruttare i propri asset turistici e culturali, cercando di diventare distretti turistico autonomi. Questo percorso non è possibile senza la presenza di attori locali – sindaci, comunità montane, parchi nazionali, associazioni – che collaborano per dare forma a una rete di supporto territoriale. È qui che l’apprendimento territoriale si rivela cruciale: se le comunità non sono in grado di riconoscere e valorizzare i propri punti di forza, difficilmente potranno governare i flussi turistici in modo sostenibile. L’innovazione quindi si manifesta non tanto attraverso l’uso di tecnologie all’avanguardia ma attraverso la realizzazione di iniziative guidate non solo da una logica economica, ma da una visione sociale e ambientale più ampia.
Anni fa, quando i finanziamenti straordinari per il Mezzogiorno si esaurirono, si introdussero strumenti come i Patti Territoriali, che puntavano a riposizionare i territori basandosi sulle loro specificità locali. Alcune aree a sviluppo ritardato, già allora, avevano mostrato una voglia di rafforzare la coscienza di luogo, sviluppare una consapevolezza che,tuttavia, non sempre si è rivelata pienamente valida nell’affrontare le sfide odierne dell’overtourism e delle dinamiche globali. Senza un forte apprendimento e consapevolezza territoriale, il rischio è che i territori vengano semplicemente «contati» da algoritmi e megatrend, senza riuscire a contare davvero nella gestione del proprio sviluppo.
In sintesi, la vera innovazione nella formazione non è tanto legata all’uso di strumenti alla moda ma a metodi che siano in grado di stimolare i giusti processi di apprendimento territoriale. Èdifficile trasformare un territorio in meglio attraverso il mero uso di una piattaforma, serve sviluppare una visione in grado di far accrescerela capacità di gestire i flussi, di valorizzare le risorse locali e di costruire un modello di sviluppo sostenibile nel tempo.
Fondi Ue e rischi
Questa situazione è aggravata dal fallimento di molti progetti di formazione finanziati con i fondi europei, che avrebbero dovuto rilanciare i territori in ritardo di sviluppo e migliorare soprattutto le competenze di cittadinanza attiva. Invece, questi fondi troppo spesso sono stati spesi senza una visione chiara e senza una strategia a lungo termine. La formazione offerta non è riuscita a colmare le lacune né a preparare adeguatamente le persone per migliorare la gestione del territorio.
In questo contesto, è fondamentale chiarire la differenza tra «innovazione nella formazione» e «formazione per l’innovazione», due concetti spesso confusi ma profondamente distinti. L’innovazione nella formazione si riferisce all’adozione di nuovi metodi, strumenti e approcci per migliorare il processo educativo. Questo può includere l’uso di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale o la realtà virtuale, per rendere l’apprendimento più coinvolgente ed efficace. Tuttavia, spesso il discorso sull’innovazione nella formazione viene banalizzato, enfatizzando i poteri quasi «magici» di alcune tecnologie come soluzioni universali per problemi complessi. Questo approccio rischia di trascurare la necessità di una comprensione più profonda e critica delle direzioni in cui il mondo sta andando.
Al contrario, la formazione per l’innovazione è un processo che va oltre la semplice introduzione di nuove tecnologie; implica educare le persone a pensare in modo innovativo e a comprendere le grandi sfide globali contemporanee. Formare per l’innovazione significa preparare le persone a navigare concetti complessi come la sostenibilità, la tutela ambientale, la crisi climatica, la rivalutazione dei territori, e l’economia circolare. Non si tratta solo di trasferire conoscenze tecniche, ma di coltivare una mentalità aperta al cambiamento, capace di anticipare i trend futuri e di proporre soluzioni sostenibili e innovative.
La formazione, quindi, deve essere orientata a sviluppare non solo competenze tecniche ma anche una consapevolezza critica nei cittadini, nei professionisti e nei politici locali. Solo attraverso un’educazione che stimoli una visione di lungo termine e una comprensione profonda dei significati dei termini sopra citati, sarà possibile affrontare con successo le sfide del presente e del futuro.
Una formazione destinata allo sviluppo dei territori non può essere limitata ai soli operatori economici e tecnici. È fondamentale che questa formazione coinvolga sia la classe politica che quella amministrativa. Solo attraverso una preparazione adeguata delle figure chiave nella governance locale si può aspirare a sviluppare una visione collettiva di un futuro desiderabile, capace di mobilitare la cittadinanza verso obiettivi comuni. Tale visione deve essere orientata non solo al benessere economico, ma anche alla sostenibilità ambientale e sociale, garantendo un futuro che rispetti le peculiarità del territorio e le esigenze delle nuove generazioni.
In quest’ottica anche l’offerta scolastica deve essere riconsiderata e indirizzata maggiormente verso il ripristino degli asset dormienti presenti sul territorio. Questi includono risorse naturali, tradizioni locali e infrastrutture abbandonate che potrebbero essere rigenerate attraverso un approccio educativo innovativo. Le scuole dovrebbero offrire ai giovani strumenti per progettare un futuro strettamente connesso con lo sviluppo sostenibile delle loro comunità. Questo non solo permetterà di ridare vita a territori marginalizzati, ma contribuirà anche a creare una generazione di cittadini consapevoli e motivati a valorizzare le risorse locali.
Il ripopolamento dei paesini caratteristici delle zone a sviluppo ritardato non può essere affidato solo a iniziative simboliche come l’acquisto di case a un euro o il ritorno degli immigrati per trascorrere le loro vacanze nei luoghi di origine. Questi interventi, sebbene di grande impatto mediatico, spesso non sono accompagnati da un piano di sviluppo integrato che possa garantire la reale permanenza delle persone in queste aree. È necessario adottare piani di sviluppo che utilizzino tecniche innovative come il social dreaming, in grado di stimolare la progettazione collettiva e di sviluppare una visione condivisa del futuro. Approcci di questo tipo potrebbero facilitare la creazione delle condizioni per un insediamento stabile e duraturo, fondato su una strategia di lungo termine che tenga conto delle esigenze della popolazione e delle risorse locali.
Infine, se lo sviluppo del nostro Paese considera il turismo un settore fondamentale, è cruciale focalizzarsi sulla creazione di competenze trasversali volte all’accoglienza e alla visione di lungo periodo. Queste competenze, che affondano le loro radici nella cultura dei luoghi, rappresentano l’unica salvezza contro l’arroganza dell’atteggiamento predatorio che il fine del lucro tende a sviluppare nelle persone. La formazione deve quindi mirare a costruire una cultura del rispetto e della sostenibilità, che possa contrapporsi a logiche meramente economiche e a breve termine. Solo attraverso un’educazione che promuova valori etici e sociali sarà possibile garantire uno sviluppo armonioso e duraturo dei territori, capace di rispondere alle sfide del presente e del futuro.
Qualche riflessione
Alla luce di quanto discusso, diventa evidente che la formazione, per essere efficace, deve essere ripensata in modo da integrare teoria e pratica, coinvolgendo tutte le figure chiave nello sviluppo territoriale. Non basta disporre di risorse e strumenti innovativi; è necessario che la formazione sia ben strutturata, orientata alla pratica e gestita con visione e competenza. Solo così si potrà sperare di rilanciare aree deboli ma ricche di «asset dormienti», garantendo uno sviluppo che sia sostenibile e rispettoso del patrimonio naturale e culturale, e che al contempo offra alle nuove generazioni la possibilità di progettare un futuro prospero e in armonia con il territorio.